Nuovo punto d’interesse: La Chiesa di Santo Stefano

 Le fonti storiche fanno risalire la fondazione della chiesa di Santo Stefano  intorno all’XI secolo. Il documento storico più antico é datato 1125 e tratta dell’insediamento in San Remo dei Benedettini provenienti dalla Badia di Santo Stefano a Genova, per ordine dell’allora Vescovo di Albenga, Ottone. Il trasferimento dei padri, comportava l’affidamento della chiesa, dell’attiguo monastero e delle possessioni vicine; tra le buone opere da loro espletate va ricordata anche la costruzione di un ospedale. In quei secoli di guerre intestine, discordie ed odio, la devozione per Santo Stefano divenne sempre più viva; sorsero infatti numerose chiese a lui dedicate e quella di San Remo, fu tra le più popolari e frequentate. Essa sorgeva, come l’attuale, quasi ai piedi della “Pigna”, dove si era arroccata la popolazione medioevale. I Benedettini cedono la chiesa Nel 1140, i Signori di Ventimiglia cedettero il corpo di Sant’Ampelio in cambio di alcuni prigionieri di guerra ed i Benedettini lo custodirono nella chiesa di Santo Stefano sino al 1258, quando l’arcivescovo di Genova, Gualtiero, impose loro di lasciare San Remo e stabilirsi a San Martino di Bisagno.

Le reliquie del santo sono ancora oggi nel monastero genovese, tranne una piccola porzione, onorata solennemente nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Bordighera. Con la pazienza dei Benedettini, la chiesa di Santo Stefano divenne rettoria, senza cura di anime, senza obbligo di residenza, con dipendenza dalla Collegiata parrocchiale di San Siro. La consegna ai Gesuiti Il 1613 e la data che indica il primo insediamento di padri Gesuiti nella chiesa di Santo Stefano. In quell’anno infatti, il prete sanremasco Alessandro De Bemardi donò loro la propria eredità, a condizione che fondassero una residenza nella città di San Remo. Nonostante le ostilità manifestate anche da parte degli altri Ordini religiosi insediati in loco in precedenza, i Gesuiti riuscirono ad imporsi. Un esempio, a testimonianza delle difficoltà affrontate dai padri, può essere costituito dall’emanazione su richiesta del Comune di San Remo, che temeva disordini in città, di un decreto del Senato genovese, datato 1615. Tale documento costringeva due membri gesuiti responsabili del nuovo insediamento a tornarte a Genova. Solo grazie all’intercessione diretta del Doge, fu possibile annullare il decreto discriminatorio, sostituendolo con uno nuovo, che invitava il Podestà di San Remo ad accogliere i Gesuiti con benevolenza e disponibilità. L’anno seguente quindi (1616), l’Ordine gesuita poté preoccuparsi, come suggeriva “la regola”, di impiantare una scuola, in alcuni vani attigui alla chiesa. Benché il vecchio edificio a disposizione permettesse la dimora di due soli padri, grazie alla loro fervente attività, essi acquisirono pero sempre maggiori consensi. Nel 1622, il prevosto di San Siro rassegno la carica di rettore della chiesa di Santo Stefano al Papa e domandò che i resti dell’antica chiesa di Santo Stefano e di quella nuova, in costruzione, fossero affidati ufficialmente ai Gesuiti. L’autorizzazione pervenne con Bolla del 21 aprile 1622, di Papa Gregorio XV e con lettera di approvazione del 20 febbraio 1623 del Senato genovese. Il via libera ecclesiastico e civile consentirono così, l’effettivo possesso da parte dei Gesuiti della chiesa di Santo Stefano dal 25 marzo 1623, facilitando la seppur lenta continuazione dei lavori edilizi della nuova fabbrica ed il suo utilizzo come sede delle adunanze del Parlamento. I Gesuiti in protesta lasciano San Remo Dopo 35 anni di permanenza a San Remo, nonostante ripetute richieste, non erano ancora pronte le nuove aule per la scuola, né una residenza finita per i padri. Per tali motivi, nella seduta consiliare del 15 marzo 1643, il Superiore dei Gesuiti minacciò, per protesta, di abbandonare San Remo; nell’aprile del 1644 i Gesuiti abbandonarono la città. I Gesuiti ritornano a San Remo I Gesuiti ritornarono nel 1646, con la consueta attività religiosa e didattica, in concomitanza di una delibera del Parlamento sanremese che assegnava loro uno stanziamento, a condizione del reinsediamento in città. Francesco Saverio compatrono di san Remo Carestie e malattie, riflesso delle annose guerre, colpirono nel 1648 anche la Liguria di Ponente. Nella pubblica adunanza del 18 aprile 1649, il Parlamento sanremese stabilì di “aggionger alli nostri Gloriosi advocati et poner nel numero di essi anche il Glorioso Apostolo delle Indie san Francesco Xaverio della Compagnia di Gesù che si scorge benissimo che in questi tempi l ’Ohnipotente Iddio lo celebra e magnifica con continui e evidenti miracoli per tutte le parti dell’universo” Il verbale della seduta continua, lodando la Compagnia di Gesù e conclude imponendo di considerare, per il futuro, quale giorno festivo, quello dedicate a san Francesco Saverio, canonizzate il 12 marzo 1622. Pena per i trasgressori di lire 4.

Ampliamenti ed ornamento della chiesa Nel 1652, il Consiglio Comunale, considerò eccessivamente dispendiosa la realizzazione della fabbrica di Santo Stefano, optò quindi per il ridimensionamento del progetto, incontrando da subito la disapprovazione dei padri gesuiti. Un accordo venne raggiunto con la decisione di diminuire a quattro, il numero delle cappelle laterali. I lavori che seguirono, ebbero cosi nuovo impulso, e furono condotti quasi a termine, in pochi anni. Grazie alle donazioni di qualche pio benefattore, fu possibile compiere gran parte delle opere. Nel 1680, il cittadino Paolo Battista Palmari, si mostrò pronto a sostituirsi alla città nelle spese di costruzione e decorazione della Cappella che la Magniflca Comunità di San Remo aveva deciso di dedicare a San Francesco Saverio, in seguito alla canonizzazione ed alla elezione a Compatrono. La città accondiscese, a condizione che nel tempo prefissato di quattro anni, fosse compiuta l’opera “giusta il proposito di alzarla e vestirla tutta di marmo ” e di “dotarla convenientemente possa mantenersi nello splendore che merita il santo protettore. Il lavoro fu compiuto nei termini fissati; il quadro posto sopra l’altare è opera del Piola ed ha per soggetto la Madonna con Sant’Anna e San Francesco Saverio. Le pareti e la volta della Cappella, furono dipinte dal Carrega. In alto, un’iscrizione, attesta che l’altare e sacro all’apostolo delle Indie: APOSTOLO PROTECTORI P.B.P. (= PAOLO BATTISTA PALMARI). La nobile famiglia dei Marchesi Borea d’Olmo, si assunse invece l’onere, di erigere ed ornare la Cappella di fronte, dedicata a Sant’Ignazio. Essa é ricchissima di marmi intarsiati. Il quadro dell’altare é opera del celebre pittore gesuita Andrea Pozzo, rappresenta il Santo, fondatore della Compagnia di Gesù nell’atto di ricevere in essa san Francesco Borgia, duca di Gandìa. Prolungando la fabbrica verso piazza Cassini, si ottenne lo spazio per altre due Cappelle laterali. Una, fu dedicata a san Giuseppe, e l’altra, nel 1765, fu scelta dall’illustre missionario Padre Girolamo Durazzo, per stabilirvi il trono della Madonna della Speranza, che divento la Madonna della gente del mare. Soppressione della Compagnia di Gesù Nella seconda metà del secolo XVIII, la chiesa di Santo Stefano raggiunse il massimo splendore, ma il 21 luglio 1773, papa Clemente XIV con il Breve Dominus ac Redenptor, soppresse la Compagnia di Gesù. Il Breve di soppressione giunse a San Remo il 19 ottobre 1773 e di conseguenza, la chiesa fu affidata ad un sacerdote del clero diocesano, che curò la vita spirituale della comunità. Non tutti i Gesuiti tonarono alle proprie famiglie d’origine; alcuni secolarizzati poterono risiedere in San Remo e celebrare le sacre funzioni a condizione che non ricoprissero cariche. Ritorno dei Padri Gesuiti La Bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum, di papa Pio VII, datata 7 agosto 1814, sancì la restaurazione della Compagnia di Gesù; la città di San Remo si adoperò in favore dei Padri Gesuiti e della riappropriazione dei loro antichi possessi. “. . .le vicende lagrimevoli, delle quali siamo stati a un tempo medesimo testimoni e vittime, non avrebbero talora oppressa la nastra età, se quella savia educazione che è stata infusa ai nostri padri, dai Padri della Compagnia di Gesù, fosse stata trasmessa del pari alla nostra gioventù, che con grave suo detrimento venne privata…”. Con la dichiarazione qui in parte trascritta, del capo anziano Tomaso Borea d’Olmo, che la pronunciò durante la seduta del Consiglio comunale, riunitosi l’8 settembre 1814, si proponeva il reinsediamento dei Gesuiti. Il Consiglio degli Anziani deliberò di scrivere al governo perché intercedesse con il Papa. Dopo l’annessione della Liguria al Regno di Sardegna, una delegazione guidata da Gio Batta Borea d’Olmo, si recò a Torino (nuova capitale) per rinnovare la richiesta di affidamento ai Gesuiti della chiesa di Santo Stefano e del Collegio; cosi il 12 luglio 1815, il conte Vidua, ministro di re Vittorio Emanuele I, annunciò il prossimo ritorno dei Gesuiti a San Remo, certificato con atto di cessione di chiesa e Collegio, in data 16 agosto 1816. I Gesuiti tornarono però, residenti ed attivi, solo nel novembre del 1838; promossero il completo rinnovo della pavimentazione, nonché il consolidamento (necessario dopo il terremoto del 1831) e la decorazione con affreschi di Siro Orsi. Purtroppo le mirabili pitture scomparvero quasi completamente quando, in seguito al terremoto del 1887, la volta fu abbattuta per ordine del Municipio e venne sostituita con una più leggera in canniccio. Oggi, a testimonianza dell’intervento pittorico di Siro Orsi, resta l’affresco prospettico che raffigura un tempietto, sulla parete di fondo del presbiterio. I Padri Gesuiti tornano per la terza volta La pubblicazione in cinque volumi de Il Gesuita moderno, scritto dal Gioberti, con contenuti calunniosi nei confronti della Compagnia di Gesù, provocò non pochi disagi ai Gesuiti sanremesi, compresa la confisca dei beni e la cessione prima, al governo centrale e poi, al Comune. Consacrazione della chiesa di Santo Stefano Temendone l’utilizzo per scopi profani, Mons. Lorenzo Biale, vescovo di Ventimiglia ottenne che la chiesa venisse eletta Parrocchia succursale di san Siro e vi pose quale primo rettore, il canonico Francesco Giordani. Il successore, canonico Francesco Sghirla, si adopero al fine di consacrare la chiesa solennemente. Il vescovo Mons. Tomaso dei Marchesi Reggio, consacrò il nuovo edificio, il 27 marzo 1881, ponendo sull’altare maggiore, alcune reliquie di Santo Stefano protomartire, di San Tommaso di Canterbury e di Sant’Alessandro martire, come attestato anche dalla lapide che si trova in chiesa. Nel 1895 la chiesa di Santo Stefano, veniva eretta in vera Parrocchia indipendente; nel 1907, grazie ad una convenzione, i padri Gesuiti, che fin dal 1879 erano tornati a San Remo, poterono occuparsi dell’amministrazione della chiesa; a questo periodo risalgono le opere di rivestimento in marmo dell’altare maggiore, e di aggiunta di stucchi e dorature, nelle Cappelle di san Giuseppe e Nostra Signora della Speranza. Il Sacro Cuore contitolare con Santo Stefano Risulta di particolare rilevanza l’emanazione del Decreto del 22 ottobre 1919, con il quale la Sacra Congregazione dei Riti dichiara il Sacro Cuore di Gesù contitolare della chiesa, insieme a Santo Stefano. Pareva quasi d’obbligo, operare in tal senso, poiché detta chiesa, era anche sede del Centro Segretariato Diocesano dell’Apostolato della Preghiera e di varie altre associazioni e pratiche di pietà, dirette a promuovere la devozione  al Sacro Cuore. In conformità dunque di quel Decreto, dinanzi al tempietto dipinto dietro  l’altare, fu posta la grande ed imponente statua del Sacro Cuore.

credit: http://www.lapignadisanremo.net

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